Tremonti e la favola dello sviluppo

Che strana la sensazione di svegliarsi uscendo da un incubo: la crisi e’ passata, la manovra aggiuntiva d’autunno un ipotesi lunare, programmi e progetti per rilanciare nel nostro paese lo sviluppo economico. E a dirlo, per bocca del ministro Tremonti, e’ la home page di Repubblica, non una replica mattutina di Zelig o le previsioni farneticanti di un cartomante in una rete privata.
Una lunga intervista dalla lettura della quale purtroppo i dubbi e le perplessità’ di fatto accrescono l’incubo e la paura per il nostro futuro.
Otto punti che, a detta di Tremonti dovrebbero garantire la competitività del nostro sistema economico: ” la competizione con i giganti; il costo delle regole; il Sud; il nucleare; il rapporto capitale-lavoro; il fisco; il federalismo fiscale; il capitale umano, cioè ricerca scientifica e istruzione tecnica.”
Tralasciando il pressapochismo semantico poiché la competizione con i giganti, essendo uno degli obbiettivi del programma di sviluppo, non può essere considerato un mezzo per realizzare se stesso! Il resto dei punti rappresentano una cozzaglia disordinata di luoghi comuni e retoriche affermazioni. La volontà di rilanciare il nucleare e’ oramai stata palesemente dichiarata da questa maggioranza nonostante scientificamente non ci sono assolutamente i presupposti per investire in tecnologie desuete, pericolose ed estremamente costose sottraendo risorse alla ricerca ed allo sviluppo di fonti sostenibili e rinnovabili. Altrettanto palese e’ la considerazione che questo governo ha della giustizia e delle regole e non sorprende che il ministro Tremonti consideri le regole non una necessita ma un costo.
Stesso dicassi per i l rapporto capitale lavoro, il fisco e le mire secessionistiche della Lega che difficilmente si sopportano in bocca ad un ministro della repubblica italiana.
Nonostante questo, l’aspetto più preoccupante e’ ancora una volta quello culturale. Il ministro non cita nemmeno una volta la parola cultura indicando come strada maestra per rilanciare l’economia l’istruzione tecnica. Mentre i paesi europei come la Germania puntano sull’alta formazione e sulla ricerca, anche di base, per garantire alle proprie industrie un sostegno ed un know how tecnologico adeguato a sostenere la competitività, noi puntiamo a destrutturare il nostro sistema formativo-culturale per creare una generazione di tecnici da impiegare in uno sviluppo tecnologico che non potrà che essere un copiaticcio di quello già esistente e per questo motivo non potrà mai essere realmente competitivo.
I tagli alla scuola alla ricerca pubblica alle università sono una condanna a morte per il nostro futuro. E’ vero sino ad oggi molti di questi fondi sono stati male utilizzati ma probabilmente a causa di un controllo assente su quelle stesse regole che oggi il ministro considera un costo da ridurre.

Claudio Santi

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