Eravamo quattro amici ……….

Da anni e’ in atto un organico piano di smantellamento della cultura nel nostro paese, un attacco all’istruzione di ogni ordine e grado alla ricerca, al cinema , al teatro. Un disegno che ha attraversato, indistintamente governi di destra e di sinistra, e che ha iniziato a dare segno di se con la legge Ruperti agli inizi degli anni novanta e l’introduzione del concetto di competitvita’ tra scuole ed atenei nella totale assenza di un metro di valutazione e confronto degno di questo nome. E’ stato così che quello che poteva divenire una opportunità di rilancio su base meritocratica e’ di fatto risultata una corsa al ribasso della qualità’ alla ricerca di studenti visti prima di tutto come clienti paganti. Tutto questo non ha nemmeno attirato quei fondi privati che altrove sono serviti a finanziare progetti di ricerca importanti unitamente alla ricerca di base ed allo sviluppo culturale in genere.
In quegli anni mi trovavo a condividere da studente le preoccupazioni di uno sparuto gruppo di colleghi, lo stesso sparuto gruppo che poi da precario e ricercatore ha tentato di opporsi alle varie riforme che intaccavano pesantemente il ruolo della ricerca e dell’università pubblica in generale.
Oggi nella seconda fase della protesta al ddl Gelmini quello sparuto gruppo si e’ arricchito della presenza di un gruppo ben più consistente di ricercatori e docenti sostanzialmente preoccupati della perdita degli scatti di anzianità e dalla conseguente perdita stipendiale della categoria. Questo naturalmente svuota i nobili intenti che erano alla base di una rivendicazione culturale nata negli anni novanta e che, seppur flebilmente, ha attraversato gli ultimi venti anni della nostra storia. La difesa del diritto allo studio, di una istruzione necessariamente pubblica, la denuncia della perdita di competetivita legata alla mancanza di fondi per la ricerca di fatto viene trasformata, in corso d’opera, in becera rivendicazione sindacale, maldestramente camuffata da interesse per il futuro della nazione. Questo, prima di tutto, pone forti dubbi sulla tenuta di una mobilitazione che fisiologicamente pronta a spegnersi difronte alla prima concessione economica da parte del Governo, contemporaneamente si colloca socialmente male in un contesto nazionale che vedrà nel 2010 la perdita di 40 mila posti nel reparto scuola, e che prevede per i nuovi ricercatori universitari agonie di precariato di 8-12 anni. In un momento come questo sarebbe stato forse più opportuno contribuire al dibattito partendo da una riflessione seria sulle cause dei mali del sistema universitario italiano ed anche sul ruolo dei ricercatori troppo spesso adagiati su quello che il sistema prometteva a prescindere dai meriti.
Da sempre chi ha accettato la carriera universitaria lo ha fatto non con spirito di competizione la passione per la ricerca per molti si e’ combinata bene con il mito italiano del posto fisso, e per altri con le promesse di quello stesso baronato oggi probabilmente, spero, in decadenza e per questo attaccato anche da tutti coloro che lo hanno cavalcato.

Claudio Santi

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