Made in Green China

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Siamo abituati a considerare la green economy come una prerogativa del mondo occidentale, quasi una risposta sttrategica ed obbligata al boom economico-produttivo della inquinante Cina. Meno frequentemente invece consideriamo che se da un lato è vero che Pechino rimane ancora il principale inquinatore mondiale dall’altro è anche il maggiore produttore mondiale di fotovoltaico e il leader dell’eolico. Nel 2010 gli investimenti cinesi in tecnologie pulite sono stati quattro volte superiori a quelli americani. Migliorando la sua efficienza energetica del 19 % dal 2005 ad oggi la Cina ha ridotto le emissioni di 1,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, con un piano di mglioramento che raggiungerà una efficienza del 40 – 45 per cento entro il 2020. Investirà 250 miliardi di euro nei prossimi 5 anni per lo sviluppo di un’economia a bassa intensità di carbonio con la produzione, entro il 2015, di unmilione di auto elettriche.
È così che a Durban la Cina, dichiarandosi disposta ad un’intesa per un taglio obbligatorio dei gas serra a partire dal 2020, si smarca dall’immobilismo e dalla deludente retromarcia dagli Stati Uniti di Obama aprendo un spazio di intesa con l’ Europa in un accordo che non è assurdo immaginare possa coinvolgere anche altri importanti paesi come Brasile, Sudafrica, Messico, Australia e Nuova Zelanda.
La Cina quindi, dopo essere stata protagonista negativo nella lotta ai cambiamenti climatici oggi, spinta anche dalla preoccupazione della desertificazione, dell’inquinamento delle falde acquifere e delle conseguenze disastrose degli sconvolgimenti climatici, ha deciso di proporsi oggi come leader mondiale nella rivoluzione verde. Il 2020 tuttavia non è proprio dietro l’angolo, ammesso che in questi anni non intervengano imprevisti politici e/o conomici a d inceppare la delicata macchina degli accordi internazionali, rimane aperto un dubbio: saremo ancora in tempo?

Claudio Santi

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